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La nuova missione in Libia, tra i silenzi, le minacce di Haftar, i pruriti della Francia e le nostre esigenze *

“Conosce il detto si fa ma non si dice? Ecco, è esattamente quello che accade in Libia dove l’Italia, in pratica, sta già facendo molto più di quello che viene ufficialmente dettoIl tecnico del ministero della Difesa si aggira nei corridoi, entra ed esce dalla sala del Mappamondo a Montecitorio dove le commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato stanno discutendo la nuova missione militare in Libia. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti e il responsabile della Farnesina Angelino Alfano parlano e spiegano. Deputati e senatori chiedono. Ma alla fine risulta faticoso definire la missione che il Parlamento sembra avviato ad autorizzare con il voto di domani. Un gioco di parole stretto tra infiniti equilibrismi tra cui galleggiano i due ministriAd esempio: “Manderemo una nave logistica e un pattugliatore a sostegno della Guardia costiera libica per interloquire con loro nel contrasto al traffico degli esseri umani. Da questa interlocuzione deriverà quali sono le azioni e le aree di intervento”.  Nulla è chiaro, insomma, a cominciare da se, come e quando le nostre navi in acque libiche dovessero salvare migranti in quali porti dovrebbero/potrebbero consegnarli. Ma non è chiaro neppure se le nostre navi possano intervenire per salvare vite. Di sicuro, “se attaccati risponderemo in base alle regole della legittima difesa estesa”. Come è altrettanto sicuro che “non si tratta di un muro navale che comporta un atto di offesa”. Eppure è tutto questo, un equilibrismo di parole, che abbiamo issato a svolta nella stabilizzazione della Libia e quindi dei flussi migratori. 

Il punto è che c’è molto “non detto” e molta calcolataambiguità nella diplomazia in genere ma soprattutto quando c’è di mezzo la Libia.  

Continua la nostra fonte in una delle pause della seduta: Da un anno a Misurata oltre trecento militari sono operativi con l’ospedale da campo dove vengono garantiti decine e decine di interventi chirurgici e un presidio sanitario nei confronti degli appartenenti a tutte le tribù, senza distinzione. A protezione della missione Ippocrate c’è un dispositivo militare a garanzia della sicurezza di chi opera nel teatro”. Quindi? “Quindi i nostri militari sono già con gli stivali sul terreno, i famigerati boots on the ground. La nostra intelligence humint è operativa in Libia. La presenza dell’Eni è fondamentale e ogni viaggio dell’ad De Scalzi è di per sé una missione. Quello di cui parliamo oggi è un passo in più che più di altri non deve essere strombazzato e meno che mai enfatizzato”.  Dunque sarebbe già più corretto dire che con questa missione “andiamo ad aumentare la  presenza dei nostri militari in Libia in quanto chiamati e invitati dall’autorità del governo nazionale guidato da Al Serraj con cui “sarà decisa ogni mossa e ogni manovra”Da questo deriva che “non ci sarà nessuna ingerenza nella sovranità libica” come hanno ripetuto per tre ore, quasi ad ogni risposta, i ministri Pinotti e Alfano.

Il passaggio è delicato. Una partita a scacchi dove gioca un ruolo di primo piano il ministro dell’Interno Marco Minnitiforte dei tre anni alla guida politica della nostra intelligence e con malcelato fastidio da parte di Difesa e Farnesina.  Questa volta il passaggio è più delicato di altre volte perché sulla scena libica è tornata ad affacciarsi con prepotenza la Francia di Macron e il suo alleato di Tobruk, il generale Haftar. Occorre allora rimettere in fila i fatti delle ultime due settimane per capire perché siamo in un momento di svolta in positivo ma anche, a specchio, potenzialmente negativo. 

Il 21 luglio Emmanuel Macron annuncia che a giorni, martedì 25, avrebbe riunito a Parigi i due leader libici, Serraj e Haftar. A palazzo Chigi la notizia fa girare e parecchio le scatole: l’Italia ha gestito da sola e per anni il dossier Libia visto che il 95% dei flussi migratori arriva da lì; l’Europa s’è svegliata un paio d’anni fa e finora ha mosso poche pedine. Fino all’improvvisata di MacronSerraj e il “nemico” Haftar si stringono la mano a Parigi – tanto non costa nulla e lo avevano già fatto su regia italiana un paio di mesi fa ad Abu Dhabi – ma non c’è dubbio che l’attivismo dell’Eliseo  è un’insidia per il governo di Tripoli. Ecco che allora Serraj accelera, contestualmente all’incontro di Parigi, una richiesta nell’aria da tempo - navi militari nelle acque nazionali libiche - “non tanto – spiega la nostra fonte - per tutelare il ruolo dell’Italia in Libia ma per rafforzare se stesso rispetto ad Haftar”.

La lettera di Serraj, consegnata oggi alle 17 al Copasir, porta la data del 25 luglio, esattamente il giorno della stretta di mano parigina. Più che il doppio giocoSerraj sta facendo una doppia partita. Contro cui si è scatenata la propaganda interna del governo di Tobruk e non solo che da giorni cerca di smontare l’operazione ammiccando alla sensibilità delle tribù quando si parla di sovranità nazionale. E’ di domenica 30 luglio il comunicato della “Camera dei rappresentanti del Comitato nazionale libico per la difesa e la sicurezza”, in una parola Haftar, che avverte e mette in guardia “il governo di Tripoli e la Repubblica italiana dalla violazione della sovranità dello stato libico sotto qualsiasi pretesto, compreso quello del contrasto all’immigrazione clandestina”. 

Da qui nasce la massima cautela con cui il governo parla della nuova missione libica. Il dice-non-dice di queste ore. I rischi per i nostri militari sono evidenti: attacchi da parte di scafisti e trafficantile milizie di Tobrukimboscate di incerta regia. Non a caso Pinotti cerca la massima condivisione e raccoglie al volo la proposta di Gasparri(Forza Italia) per “una cabina di regia per condividere di volta in volta accordi e richieste pattuiti dagli ufficiali libici con i nostri”.   Fa riflettere la mappa di cui chiede conto l’onorevole Massimo Artini (ex M5s, ora gruppo Alternativa libera) e che pubblichiamo. Se, come spiega la Difesa, l’operazione in Libia è l’operazione Mare sicuro spinta nelle acque libiche – uomini e mezzi vengono dirottati da lì – la mappa mostra come i confini di Mare sicuro siano pericolasamente spinti fino a Derna, molto vicino alle acque del generale Haftar. Il quale ha già detto che vive tutto ciò come “una inaccettabile violazione della sovranità libica”.

Domani il Parlamento darà molto probabilmente il via libera alla missione con il no di Lega e Sinistra italiana, Articolo 1 ci sta pensando. Ma è assolutamente vietato enfatizzare o sbandierare le regole d’ingaggio della missione. Fare di più e dire di meno.


*questo articolo è stato pubblicato su Tiscali.it il primo agosto 2017

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