Nel 1988 Paolo Borsellino si dovette quasi scusare con i colleghi del Csm – che pretese quelle scuse - per aver denunciato sui giornali la verità, e cioè che «lo Stato si era arreso» e che del «pool antimafia di Palermo sono rimaste macerie». Erano altri tempi, si dirà: la Cassazione non aveva ancora definito le condanne al maxiprocesso a Cosa Nostra anche se Buscetta aveva già iniziato a collaborare con quei due giudici italiani convinti che la mafia è un fatto umano e come tale sarà sconfitto e per questo lavoravano. Nel dicembre 1991, sempre Borsellino, dovette ancora una volta presentarsi davanti al Csm per denunciare il suo isolamento nella procura di Marsala e, a specchio, i fatti incredibili che accadevano nelle procure siciliane: delicatissimi verbali di pentiti consegnati ai giornali; nomi di politici, indicati dai boss di mafia, su cui non venivano fatte indagini; eccellenze, notabili e giudici iscritti a logge massoniche (la Scontrino di Trapani). E poi lettere, verbali...