Passa ai contenuti principali

Da “er moviola” al 49 per cento di gradimento: tutti gli indizi che portano a un Gentiloni bis Il premier che doveva durare tre mesi ha invece raggiunto quasi la maggioranza di consensi. E nel 2018, senza una solida maggioranza, potrebbe essere lui l’uomo che, come dice Padoan, “porta avanti le riforme e non spreca la finestra di opportunità che si è aperta per il Paese” *

Da “er moviola” al 49 per cento. Da “un galleggiante che non disturba” (cit. Marco Travaglio), al premier più amato di questa legislatura (tranne la parentesi di Renzi nel 2014). Come cambiano le situazioni. E se poi Paolo Gentiloni si rivelasse essere l’identikit del premier che verrà? La rilevazione Demos pubblicata ieri da Repubblica forniva una doppia lettura: Gentiloni porta il suo personale gradimento al 49 per cento, quattro punti percentuali in più rispetto a giugno, segue Emma Bonino al 43%, Di Maio e Salvini al 37%, Giorgia Meloni e Matteo Renzi al 35%, Bersani e Berlusconi al 30. Prima di loro (al 32%) Marco Minniti, anche lui mai rilevato prima. Poi però, se la domanda riguarda la leadership di eventuali coalizioni, nel centrosinistra Renzi è al 41 e Gentiloni al 10; nel centrodestra Salvini al 35 e Berlusconi (non candidabile) al 26. Nei 5 Stelle Luigi Di Maio stacca tutti di enne lunghezze (59%) visto che Gillo e Di Battista sono al 12. Ma le vecchie coalizioni sono al momento un’ipotesi assai remota sulla scena politica italiana. In compenso, se Gentiloni raggiunge quasi la maggioranza, il partito/movimento più in asse con il sentiment degli elettori sono i 5 Stelle (28,1%). Da “er moviola” al vaffa, i confusi sentimenti dell’elettorato italiano.

 

Non è certo la prima che viene sottolineata la tenuta e l’appeal del governo Gentiloni: nato per durare quattro mesi, poi otto, si discute oggi se prolungare la legislatura, che termina il 15 marzo, fino a maggio. Stabilità e moderazione sono le parole chiave. I dati economici in crescita, dal pil (1,5) all’occupazione (oltre 23 milioni, come prima del 2008), figli anche delle politiche del governo Renzi, fanno il resto. Gli ultimi mesi sono stati un successo: dal G7 di Taormina al vertice di Parigi il 28 agosto, il governo italiano ha intascato solo conferme soprattutto sul fronte scivolosissimo dell’immigrazione con tanto di riconoscimenti europei. Quando c’è stato da portare a casa il regolamento sulle ong, e quindi una stretta all’azione delle organizzazioni umanitarie, Gentiloni è andato di persona in Vaticano a spiegare le regioni di quella scelta. E la Santa Sede capì. Anche ieri il premier, appena tornato dalla repubblica ceca e dopo un consiglio dei ministri, ha presieduto la riunione dei presidenti dei Parlamenti del G7 sotto la presidenza italiana. C’erano tutti, tranne gli Stati Uniti, ma pare non sia colpa di Trump.Un intervento dove ha toccato tutti i tasti necessari: ha lodato il format (“essere qui è molto utile, non è un esercizio scontato”),  ha parlato di economia (“i dati migliorano ma restano disagio sociale e disuguaglianze che dobbiamo contrastare”), di terrorismo, immigrazione, ambiente e Corea del nord. Venti minuti in stile Gentiloni: dire tutto senza urlare nulla; elencare senza rivendicare; pacatezza e decisionismo; sorrisi e furbizia. E soprattutto, ma questo è scontato, evitare persino i rischio di incrociare una domanda dei giornalisti sul suo alto gradimento. Visto mai che gli scappasse un guizzo di troppo negli occhi.

 

Così gli italiani si sono abituati ad uno stile che è agli antipodi di Matteo Renzi. E dopo tre anni a mille, anche se sarebbe bastato cento, apprezzano il premier che è e resta un fedelissimo di Matteo Renzi. Fu Renzi ad indicarlo al Quirinale come suo successore. A preferirlo a Franceschini che si era esposto un po’ troppo, come spesso accade, nei momenti difficili e di passaggio.

 

Ma se fin qui si parla di sentiment degli elettori, e come tale effimero e volubile, ci sono alcuni elementi oggettivi che fanno pensare in modo affatto volatile all’ipotesi di un Gentiloni bis.

Gli indizi vanno cercati, sono sparsi, e messi in fila. Sono almeno quattro.

Nelle parole del ministro Padoan, ad esempio. Molto di quello che accadrà dipende dai dossier economici, la Nota di adeguamento al Def e la manovra. Padoan a Cernobbio ha detto molto: “La prossima legislatura erediterà uno stato economico migliore. E il prossimo governo dovrà proseguire con le riforme strutturali per cogliere questa finestra di opportunità”. E poi quella citazione calcistica, compresa da tutti: “Il Totti del nostro governo è il presidente Gentiloni”. 

Un altro indizio è nelle parole di Giuliano Pisapia, ago della bilancia nella ipotetica coalizione o alleanza di centrosinistra. intervistato ieri dal Corriere della Sera. “Gentiloni – ha detto il leader di Campo progressista – interpreta la leadership in modo sobrio e solido. Ma la manovra non può essere un aut aut (riferito a Mdp che ipotizza di far cadere il governo in quel voto, ndr) e bisogna approvare ius soli e biotestamento (disegni di legge della cui necessità Gentiloni è convinto, ndr)”. 

 

Il terzo indizio è nel dossier legge elettorale. La discussione è iniziata nuovamente in questi giorni in Commissione alla Camera ma c’è molto scetticismo sul fatto che si possa arrivare alle modifiche necessarie per omologare i due sistemi, diversi, di Camera e Senato. Se si andrà a votare così, con un proporzionale puro e senza coalizioni, il risultato molto difficilmente darà una maggioranza stabile che dovrà quindi essere cercate dopo il voto con alleanze e coalizioni. Ecco allora che sarà necessario un politico che non sia un leader di partito ma uno che possa garantire tutte le anime e tutti i partiti dell’alleanza. Un identikit perfetto per Gentiloni.

A cui frau Merkel – e siamo al quarto indizio – guarda con stima e simpatia. Il 24 settembre si vota in Germania. Se la Cancelliera  confermerà la sua leadership, ci sarà una voce in più – ed assai importante – che farà il tifo per un Gentiloni bis.


* articolo pubblicato su Tiscali.it il 9 settembre 2017

Commenti

Post popolari in questo blog

Ecco perchè il processo penale sarà più breve. E la prescrizione molto più lunga

Ecco in pillole di cosa tratta la riforma del processo penale che arriva al via libera definitivo stasera dopo tre anni di iter parlamentare.  come scrivevo nel post di ieri, non piace nè agli avvocati nè ai magistrati. e pochi scommettevano fino alla scorsa settimana che sarebbe mai diventata legge dello stato. "Oggi sono contento" ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando dopo aver incassato la fiducia. Anche dei centristi di alfano che hanno sperato fino a stamani di far saltare il tavolo. Negli 85 commi dell'unico articolo (per via della fiducia) c'è anche la delega per le intercettazioni. entro tre mesi saranno fornite le nuove regole sulla pubblicazione delle intercettazioni che restano strumento principe per gli investigatori.  

Estinzione reato per condotte riparatorie. Nei reati procedibili a querela (remissibile) il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituz…

L'inchiesta Consip e le grandi manovre dentro e fuori l'Arma

L C'è aria di voler accelerare a piazzale Clodio sull'inchiesta Consip e i suoi vari filoni. La corruzione è quasi chiusa. La fuga di notizie istituzionali sembra avviarsi verso la conclusione. Ieri, venerdì 16, l'interrogatorio del presidente di Consip, Luigi Ferrara. La prossima settimana sarà la volta di Filippo Vannoni, teste chiave almeno quando Luigi Marroni per la parte che riguarda la fuga di notizie e quindi il coinvolgimento dei vertici dell'Arma e del sottosegretario Luca Lotti. 
Ma per valutare bene la portata politica ma soprattutto istituzionale dell'inchiesta occorre soffermarsi di più e meglio su quello che è successo il 7 giugno negli uffici della procura di Roma a piazzale Clodio. Quel giorno, il procuratore capo Pignatone, l'aggiunto Ielo e il sostituto Palazzi interrogano due ufficiali del Noe. Il primo è il numero due del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, il colonnello Alessandro Sessa. Sono le 15. Alle 17 davanti ai pm si siede - è…

Lampedusa, il paradosso di Giusi e la corsa a quattro nell'isola più lontana

In cinque anni, dopo migliaia e migliaia di sbarchi, albe tragiche e funerali ai senzanome, ha fatto dello scoglio più brullo e a sud d'Italia la porta d'Europa, trasformando in merito, premi, riconoscimenti internazionali e anche prodotto interno lordo quella che poteva essere solo una crisi inarrestabile per via dei flussi migratori. Eppure domenica Giusi Nicolini, sindaco in carica di Lampedusa, non avrà vita facile nella competizione elettorale della sua isola e si troverà a combattere contro ben tre avversari. "Quattro candidati per 3600 aventi diritto sono veramente troppi", è il commento di chi sorseggia il caffè nella piazzetta di via Roma dove sono issati i quattro podi per i comizi elettorali. A parte Angela Maraventano, l'ex senatrice leghista che corre fiera con Alberto da Giussano, simbolo padano per eccellenza, gli altri, compresa la Giusi, sono liste civiche, quasi che ormai avere addosso il simbolo di un partito fosse sinonimo di sciagura. 
Il fatt…