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Le tribù, i trafficanti e la rivalità tra i due leader Serraj e Haftar: tutte le insidie della missione italiana in Libia. Cruciale il passaggio sulle regole d'ingaggio: le nostre navi potranno sparare se aggrediti. Gentiloni: "Questo è un passaggio fondamentale per stabilizzare il traffico dei migranti" *

 

Il Presidente francese è il convitato di pietra nella riunionedel Consiglio dei ministri. Non viene mai nominato ma è chiaro che è con lui che andrebbero scambiati un paio di concetti, e con il suo uomo di riferimento in Libia, il generale HaftarNon c’è tempo, ora. Paolo Gentiloni deve andare avanti lungo la strada segnata che passa anche, soprattutto, da Tripoli e da Serraj. Così, invece che discutere su Macron, il ministro Marco Minniti legge ad alta voce la lettera appena arrivata dal governo di unità nazionale libico guidato da al-Serraj. “Chiediamo formalmente all’Italia – dice il ministro dell’Interno leggendo la missiva arrivata da Tripoli - un sostegno tecnico, logistico e operativo, per aiutare la Libia nella lotta al traffico degli esseri umani e salvare i migranti". Fin qui, si può dire che lo sapevamo già. E’ il passaggio dopo che cambia tutto, la storia e anche la prospettiva. "Questi sforzi – si precisa - potranno prevedere anche la presenza di navi italiane che potranno operare dal porto di Tripoli, solo per questa ragione (la lotta al traffico degli esseri umani, ndre in caso di necessità (ad esempio riportare nei porti libici i migranti, ndr)". Dopo anni di pressing, fughe in avanti ma anche indietro, per la prima l’autorità libica ci chiede di intervenire. Senza questo atto ufficiale non era possibile fare nulla delle tante ricette vagheggiate negli anni da leader politici e dilettanti prestati ala politica. Questo atto ufficiale, invece, cambia tutto nella lotta al traffico dei migranti e per la stabilizzazione dei flussi dall’Africa e non solo che transitano al 95% dalla Libia.

Persino il premier, uomo che fa sempre uso pacato delle parole, si spinge a dire in conferenza stampa: “Siamo di fronte ad un passaggio rilevante nel lungo e complesso processo di stabilizzazione della Libia che è da sempre il nostro obiettivo finale”. 

Andiamo in Libia, dunque. Ma non è una guerra. Né una missione militare di quelle che abbiamo imparato in questi anni, peace enforcing o law enforcing. La riunione del Cdminizia dopo mezzogiorno. Alle 13 e 30 il premier è già in conferenza stampa. “Abbiamo approvato quanto ci è stato richiesto dall’autorità libica, sarà un’operazione di supporto operativo alla guardia costiera libica e non contro”. La missione italiana va considerata come un passo in avanti nel contributo italiano alla capacità delle autorità libiche di condurre la loro iniziativa contro gli scafisti e di rafforzare la loro capacità di controllo delle frontiere e del territorio nazionale. Che è un pezzo di un  percorso della stabilizzazione della Libia a cui l'Italia sente il dovere di parteciparvi".    

In un primo tempo impiegate due navi 

E’ stata, si racconta, una riunione a cui “tutti i ministri hanno partecipato in asse l’uno con l’altro”. Non una voce in dissenso. Prima ha parlato la ministra della Difesa Roberta Pinotti, poi il ministro dell’Interno Marco Minniti e il titolare della Farnesina Angelino Alfano. Ciascuno ha presentato la propria parte di dossier. Il ministro della Difesa ha spiegato che la prossima settimana, appena il Parlamento darà il via libera, “un pattugliatore italiano andrà in ricognizione nelle acque libiche e concorderà con le autorità di Tripoli le modalità dell’impiego dei nostri uomini e dei nostri mezzi”. A questo proposito Pinotti ha spiegato che dovrebbe trattarsi di una missione “leggera”, un paio di navi almeno all’inizio  che, in caso di necessità, “potrebbero nel tempo arrivare a quattro”. I mezzi dovrebbero essere recuperati dalla missione italiana Mare sicuro (marzo 2015) e non da quella europea Eunavformed(ferma al secondo step visto che il terzo prevedeva, appunto, l’intervento nelle acque e in territorio libico). Le regole d’ingaggio saranno scritte nelle prossime ore, prima di martedì. Si può immaginare che  sarà autorizzato l’uso della forza “in caso di attacco da parte delle imbarcazioni degli scafisti”. E’ previsto un impegno di circa 700 uomini. 

“Umanizzare” i campi

Poi ha preso la parola Minniti, il cui intervento si è concentrato soprattutto su altri due aspetti del dossier libico: l’umanizzazione dei campi per i profughi, la presenza rafforzata di Oim e Unhcr e di personale per sbrigare le richieste di chi è veramente profugo, i rimpatri assistiti per chi ne fa richiesta. Si tenta di chiudere il mare ci si preoccupa di attrezzare la terra dove i migranti saranno più o meno fermati. Per questo anche oggi al Viminale era presente il ministro del Mali. Colloqui operativi sono già attivi con Niger e Ciad. L’obiettivo è rafforzare non solo le frontiere di mare ma anche quelle lungo il deserto da dove transita la maggior parte dei migranti. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro ha infatti richiamato tutti ad una visione d’insieme del problema, e cioè dare una soluzione a chi arriva in Libia, impedire ad ogni costo che quei campi possano diventare una prigione. 

Ora la parola passa al Parlamento. Martedì le commissioni riunite di Difesa ed Esteri voteranno il decreto (in questo caso non c’è bisogno di passare dall’aula). Gentiloniauspica “una larga maggioranza”. 

La granduer di Macron e gli effetti collaterali

Fin qui la “scena” della mattinata. E dell’operazione Libia. Quello che conta, però, è il retroscena. Finchè non è arrivato il documento di Serraj il Consiglio dei ministri è stato in forse. Da tre giorni si assiste ad uno strano gioco con la Libia: l’eccesso di entusiasmo di Macron(nell’ordine: “Firmata la pace tra Haftar e Serraj”; “apriamo hot spot in Libia”), al di là dell’ infondatezza (entrambe le affermazioni si sono sciolte come neve al sole in poche ore), ha rischiato di creare non pochi problemi all’Italia che da anni, in solitudine, costruisce passo dopo passo una soluzione con la Libia. Si sa che l’uomo forte per la Libia, lato Parigi, è il generale Haftar (che significa Egitto, dove l’Italia non ha più un ambasciatore, e poi Russia) perché colui che può garantire meglio gli interessi della Total. L’irruzione sulla scena di Macron ha dunque infastidito e non poco. La telefonata riparatrice con Gentiloni giovedì sera,  veicolata tramite social, ha sospeso ma non chiuso un chiarimento che dovrà esserci a breve.

L’interventismo di Macron ha avuto – forse non a caso - danni collaterali. Sempre giovedì sera è sembrato che dovesse saltare del tutto la richiesta all’Italia del supporto di navi militari. In serata, infatti il quotidiano libico in lingua inglese Al Wasat news riportava la smentita della richiesta delle navi. Chi ha ragione, dunque, il governo italiano che ha diffuso la richiesta rimbalzandola da TripoliO il quotidiano libico che la smentisce? E’ stata una notte lunga e tormentata. E Palazzo Chigi ha preteso, a quel punto, un documento scritto con la firma di Al- Serraj. “Senza – spiegano fonti diplomatiche – non avremmo potuto fare il decreto”. 

 

La lettera di Serraj

“Il sostegno richiesto dalla Libia è di natura logistica, tecnico e operativa per la lotta al fenomeno dell’immigrazione illegale”. La richiesta, si legge nel documento, si inserisce “nel quadro degli sforzi compiuti dal governo italiano per sostenere e rafforzare le capacitàdella Guardia Costiera libica". Si precisa anche  che non si accetterebbe nessuna interferenza alle operazioni senza l’autorizzazione preventiva e con il coordinamento con le Autorità libiche all'interno del territorio e delle acque territoriali libiche”. Ogni parola è pesata mille volte.

Allora è chiaro che Bengasi, cioè Haftar, non hanno gradito questo accordo che conferisce prestigio a Serraj proprio mentre Parigi ha cercato di dare peso al generale di Bengasi chiamandolo a Parigi. E’ chiaro anche – un po’  come tutti gli accordi fatti negli anni con la Libia – che la consistenza è più simile alla sabbia. La missione italiana, quindi, inizia con due grandi incognite: i tentativi di boicottaggio da parte di Haftarda parte di alcune milizie che supportano Serrajma guadagnano con il traffico degli essere umani; le provocazioni dei trafficanti come far partire migliaia di persone tutte insieme da punti diversi della costa oppure il ricorso alle armi.

Dovrà essere scritto molto bene il decreto della missione. Soprattutto le regole d’ingaggio.



*questo articolo è uscito su Tiscali.it il 28 luglio 2017 

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