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L'inchiesta Consip e le grandi manovre dentro e fuori l'Arma

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C'è aria di voler accelerare a piazzale Clodio sull'inchiesta Consip e i suoi vari filoni. La corruzione è quasi chiusa. La fuga di notizie istituzionali sembra avviarsi verso la conclusione. Ieri, venerdì 16, l'interrogatorio del presidente di Consip, Luigi Ferrara. La prossima settimana sarà la volta di Filippo Vannoni, teste chiave almeno quando Luigi Marroni per la parte che riguarda la fuga di notizie e quindi il coinvolgimento dei vertici dell'Arma e del sottosegretario Luca Lotti. 


Ma per valutare bene la portata politica ma soprattutto istituzionale dell'inchiesta occorre soffermarsi di più e meglio su quello che è successo il 7 giugno negli uffici della procura di Roma a piazzale Clodio. Quel giorno, il procuratore capo Pignatone, l'aggiunto Ielo e il sostituto Palazzi interrogano due ufficiali del Noe. Il primo è il numero due del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, il colonnello Alessandro Sessa. Sono le 15. Alle 17 davanti ai pm si siede - è il suo terzo interrogatorio - il capitano Giampaolo Scafarto che per due anni ha coordinato le indagini con la procura di Napoli e il pm Henry John Woodcock.


Il succo dei due interrogatori è noto: se Scafarto voleva a tutti i costi arrestare Tiziano Renzi (questa l'ipotesi), per raggiungere questo obiettivo potrebbe aver falsificato l'informativa finale (il documento di oltre mille pagine  con cui si mettono in fila i passaggi chiave dell'indagine); il colonnello Sessa è invece sospettato di aver mentito e per questo è indagato per depistaggio. A Scafarto la procura di Roma contesta un doppio falso, documentale e ideologico. La lettura completa dei due verbali consente di andare oltre le due "notizie". Ne viene fuori un quadro inquietante che, oltre la corruzione, racconta di un vortice di veleni, ambizioni e spiate soprattutto dentro l'Arma dei carabinieri. Alla fine di questa lettura restano amarezza, inquietudine e troppe domande senza risposta. 


Sono quattro i filoni di indagine Consip. Il primo riguarda la corruzione per un appalto miliardario erogato dalla centrale d'acquisti Consip (controllata del Tesoro) all'imprenditore Alfredo Romeo (è stato definitivamente revocato ieri) e vede indagati Romeo, appunto, e Marco Gasparri, dirigente di Consip a libro paga dell'imprenditore napoletano. 


Il secondo filone riguarda la fuga di notizie: due persone, Marroni, ad di Consip, e Vannoni, ad di Publiacqua, municipalizzata di Firenze, amico personale di Matteo Renzi, hanno messo a verbale di aver saputo dell'esistenza dell'indagine Consip della procura di Napoli da due alti ufficiali dell'Arma, il comandante generale Tullio Del Sette e il capo della Legione Toscana generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Ferrara e dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e attuale ministro dello Sport Luca Lotti.  


Il terzo filone coinvolge Tiziano Renzi, il lobbista fiorentino Carlo Russo e l'ex deputato Italo Bocchino per l'ipotesi di reato di traffico illecito di influenze: avrebbero cioè ricevuto la promessa di danaro in cambio dei buoni uffici presso Consip e l'ad Marroni.


Infine, il quarto filone riguarda il sospetto che le indagini siano state inquinate proprio da chi le ha promosse e sviluppate: il capitano Scafarto, indagato per falso ideologico e documentale, e il colonnello Sessa, indagato per depistaggio.


Da notare, a margine ma non troppo, che l'indagine viene avviata due anni fa a Napoli. Nell'estate 2016 si allunga fino a Roma, negli uffici di Consip e della Romeo. Prima di Natale il pm Woodcock la deve passare ai colleghi di Roma perché non ne ha più la competenza: i reati che riguardano Renzi Sr., Lotti e gli altri sarebbero stati commessi a Roma, pertanto la procura di Napoli non può procedere. A fine febbraio scorso, poi, il colpo di scena: l'indagine viene tolta agli investigatori del Noe. Il 10 maggio il capitano Scafarto assume il ruolo di indagato. 


INTERROGATORIO SCAFARTO 


Il capitano, ora in ferie, è accompagnato dall'avvocato Giovanni Annunziata. È indagato dal 10 maggio per falso ideologico perché "al fine di accreditare la tesi del coinvolgimento di personaggi asseritamente appartenenti ai servizi segreti, ometteva scientemente informazioni ottenute a seguito delle indagini esperite". E cioè, "dopo aver affermato (nell'informativa, ndr) che, durante lo svolgimento delle indagini, lo scrivente ed altri militari di questo comando hanno da tempo il ragionevole sospetto di ricevere ‘attenzioni’ da parte dì qualche appartenente ai servizi"  (specie quando i militari recuperano documenti dell'ufficio di Romeo dai cassonetti dei rifiuti, documenti tra i quali viene rinvenuto il famoso pizzino con le presunte promesse di danaro a Tiziano Renzi e a Carlo Russo) , "ometteva però di riferire all'AG che l'auto sospetta era stata in realtà identificata come di proprietà di E.R. residente in quella zona" .


Scafarto è indagato anche per falso documentale perché nella stessa informativa attribuiva a Romeo una frase ("Renzi l'ultima volta che l'ho incontrato") invece pronunciata da Italo Bocchino e da ciò deducendo nelle sue conclusioni che "questa frase assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il RENZI Tiziano in quanto dimostra che effettivamente il ROMEO ed il RENZI si siano incontrati (circostanza, questa, che verrà riferita a verbale da MAZZEI Alfredo sentito il 02.01.2017), atteso che il ROMEO ha sempre cercato di conoscere RENZI Matteo senza però riuscirvi" . Gli stessi collaboratori di Scafarto invece spiegano al loro capitano che quella frase era stata pronunciata da Bocchino. 


Nell'interrogatorio del 7 giugno pm romani consolidano questa e altre ipotesi di reato grazie ad una chat via WhatsApp usata da Scafarto e da ben undici militari, il nucleo addetto all'indagine Consip. 


IL FALSO DOCUMENTALE. SCAFARTO: "NON SO SPIEGARE"


Il 2 gennaio 2017, una settimana prima di consegnare l'informativa finale di oltre mille pagine, Scafarto compulsa la sua squadra. 


“Ok. Per favore qualcuno che si ricorda se Romeo ha mai detto a qualcuno di aver visto anche una mezza volta Tiziano. Gigi, puoi verificare... ”.


Non arriva risposta. Il giorno dopo, 3 gennaio, è sempre Scafarto che, via Whatsapp, scrive ben nove diversi messaggi tra le 9.15 e le 9.19:


“Buongiorno a tutti... Forse abbiamo il riscontro di un incontro tra Romeo e Renzi, Tiziano... Ieri ho sentito a verbale Mazzei, il quale ha riferito che il Romeo gli ha raccontato di aver cenato o pranzato, non ricordava, con Tiziano e Carlo Russo... Quindi nell'ambientale del 6 dicembre ore 12.04.43 e seguenti Romeo dice a Ruscigno... Quindi Remo per favore riascoltala subito, questo passaggio è vitale...”.


Alle 9 e 19 del 3 gennaio 2017 il brigadiere Remo R. Reale risponde: 

“Ok”

E Scafarto subito spiega:

“...per arrestare Tiziano, grazie, attendo trascrizione”.

Circa un'ora dopo, Scafarto torna alla carica: 

“Remo, hai trovato il passaggio che ti dicevo?

E Remo: “Sto trascrivendo... Ho trovato quel passaggio e sembra che sia Bocchino che dica quella frase...”.

Scafarto non demorde: “Ok Ascolta bene. Falla ascoltare pure a qualcun altro”.

Remo: “Già fatto e siamo giunti alla conclusione che è Bocchino che abbassando il tono della voce dice quella frase. Sto trascrivendo 15 min. di ambientale e gran parte della conversazione è sottovoce..”.

Scafarto: “Quindi Bocchino dice che lui ha incontrato o Romeo ha incontrato?”.

Reale: “Bocchino riferisce a Romeo una tesi difensiva da adottare in virtù delle notizie in loro possesso”.

Scafarto: “Ok, ci sta”.


Ma nel pomeriggio dello stesso giorno, alle 16.42, il capitano Scafarto ha altro per le mani:

“Remooooo...”.

“Eccomi...”.

“Mi rimandi il file che hai trascritto di Bocchino e Romeo? Non me lo hai più mandato”.

Remo R:

“Ok, file trasmesso”.


L'esame della mail e del file allegato contiene il sunto e la trascrizione con attribuzione della frase "Renzi l'ultima volta che l'ho incontrato" correttamente a Italo Bocchino. Nella mail si legge anche: “La trascrizione è tutta da riascoltare, domani mattina provvede Americo con l'orecchio riposato".


A questo punto i pm chiedono a Scafarto se vuole rispondere. E il capitano: “Per quanto attiene alle contestazioni dei messaggi via WhatsApp con gli altri appartenenti alla squadra di pg in ordine alla attribuzione della frase contestata a Romeo e a Bocchino non ho ricordi di tali messaggi né di aver ricevuto il file. Soprattutto non riesco a darmi una spiegazione di quanto accaduto”. Cioè di aver ribaltato il senso dell'intercettazione pur di avere l'appiglio per arrestare Tiziano Renzi.


IL COLONNELLO  SESSA  E GLI 007 


Proseguendo nell'interrogatorio, i pm romani chiedono conto a Scafarto di altri messaggi WhatsApp, questa volta con il generale Alessandro Sessa. È il 21 dicembre 2016, tra le 11 e 12 del mattino. L'inchiesta Consip è stata trasferita a Roma. I fascicoli sono in viaggio per piazzale Clodio. 


Scafarto: “Ma mi è venuta in mente una cosa... Ma i servizi che hanno sentito tutte le nostre conversazioni e ci hanno pedinato??? Da ieri si sono dissolti?”.

Sessa: “Boh, non so”. 


Ecco come spiega Scafarto questa conversazione ai pm romani:

“Quanto ai messaggi con il colonnello Sessa del 21 dicembre in ordine alla circostanza del ‘dissolvimento’ dei servizi, non sono in grado di dare una spiegazione. E comunque non apportavano alcun elemento che potesse mutare il nostro convincimento circa il coinvolgimento dei servizi nella nostra indagine”.


CHI PARLA CON CHI?


I pm romani mostrano a Scafarto un'altra conversazione con il colonnello Sessa. È il 9 agosto 2016. Le cimici della procura di Napoli sono state da poco accese negli uffici della Romeo a Roma. E in quelli di Consip, sempre a Roma.  


Scafarto: “Signor colonnello agli ordini buongiorno, sono due giorni che penso continuamente a queste intercettazioni e alla difficoltà di poter portare avanti con serenità questa indagine. Io credo sinceramente, e mi scuso della mia schiettezza, che sia stato un errore parlare direttamente di tutto con il capo attuale e credo lo sia ancora di più continuare a farlo. La verità è che qualsiasi scelta decidiamo di prendere non è facile perché sono cambiate le condizioni (omissis). Adesso la situazione potrebbe precipitare, con fuga di notizie che potrebbero farci passare un brutto quarto d'ora”.


Ecco come Scafarto giustifica ai pm romani questa sua comunicazione con il colonnello Sessa: “Quanto al messaggio del 9.8.2016 non ricordo se il riferimento al ‘capo’ fosse al gen. Pascali o al gen. Maruccia. Ricordo che il 10 agosto mettemmo l'ambientale negli uffici di via di Pallacorda (della Romeo Servizi, ndr) e che in quello stesso periodo il gen. Pascali (numero 1 del Noe, ndr)  sollevava dei problemi di carattere amministrativo per il fatto che avevamo preso una stanza all'hotel Adriano, due o tre volte, ai fini della nostra attività. lo, non volendo che il gen. Pascali potesse pensare che la stanza veniva usata per scopi privati, dissi al col. Sessa di informare il gen. Pascali dell'ambientale così che fosse chiara la situazione”.


I magistrati della Capitale non sono però convinti . E contestano che, sulla base della spiegazione data e della possibilità che il capo fosse da identificare nel gen. Maruccia o nel gen. Pascali (numero 1 del Noe) il presupposto è che entrambi, alla data del 9 agosto 2016, fossero a conoscenza dell'indagine e di "tutto". Conoscenza che nella struttura del messaggio sopraccitato viene legata alla possibilità della fuga di notizie sulle intercettazioni; dunque una rappresentazione diversa e simmetricamente opposta a quella resa nel precedente interrogatorio (Scafarto disse che i superiori furono informati a novembre 2016, ndr). 


L'indagato risponde: “Il col. Sessa, dopo aver ricevuto tale messaggio mi chiamò e mi disse che non aveva detto nulla a nessuno. Ho potuto pensare al gen. Maruccia perché sapevo che il col. Sessa era solito recarsi da lui; peraltro anche la qualifica di ‘capo attuale’ mi ha indotto a pensare che probabilmente intendevo riferirmi al neo capo di Stato maggiore mentre il gen. Pascali lo era già da un anno”.


DEL SETTE INTERCETTATO DAI SUOI? 


I pm romani contestano altre comunicazioni via WhatsApp. Il 7 settembre 2016, alle 16.33, Scafarto scrive a Sessa: “Alle 19.30 Tullio (Del Sette, numero uno dell'arma dei carabinieri ndr) vede Marroni. Non sappiamo dove ma onestamente pare un incontro strano”.


Sessa: “Mah, vediamo. Gaetano un'oretta dopo che ci siamo sentiti mi ha chiamato per sapere se era tutto invariato. Coincide con il tuo sms, comunque strano. Ma sarà di lavoro. Come hai saputo che si devono incontrare?”.

Scafarto: “Dal cell di Marroni...”.

Sessa: “Ok ok”.

Scafarto: “A me anche sembra strano questo incontro. Non so che dirle. Mi sa che dobbiamo mettere sotto Gaetano. E mettergli anche un ambiente luce in ufficio, sia a lui che a Tullio... Cioè, mi spiego meglio: non ha molto senso che il comandante generale incontri Marroni. A che pro? Non so. Sarebbe comunque interessante poter monitorare quest'incontro anche se avverrà sicuramente all'interno di uno dei due uffici”.

Sessa: “Condivido, probabilmente noi siamo maliziosi. E alla fine sono due numeri uno che s'incontrano per grandi strategie”.

Scafarto: “Può essere ma non vedo altri motivi mmm…”.

Sessa: “E Tullio andrà con i piedi di piombo...”.

Scafarto: “Si vuole convincere di questo... Se mi dice così, mi convinco pure io”. 

Sessa: “Comunque potremmo fare un dinamico per vedere dove va ad incontrarlo”.

Scafarto: “L'incontro era ieri sera alle 19.30...”.


A questo punto i pm romani chiedono a Scafarto se intendeva disporre intercettazioni ambientali negli uffici del comandante generale e del capo di stato maggiore.

Risposta: “Sì, in base ad una linea investigativa condivisa con il col. Sessa. Con riferimento alla frase ‘Tullio con i piedi di piombo’ posso dire che, probabilmente, a quella data il col Sessa mi aveva già detto di avere informato il gen. Maruccia e che era logico pensare che questo avesse informato a sua volta il comandante generale. Quanto al riferimento fatto dal col. Sessa ‘Gaetano mi ha chiamato per sapere se era tutto invariato’, mi sono chiesto più volte in questi giorni - avendo avuto la copia di backup dei messaggi che ho ricevuto - a che cosa si riferisse ma non riesco a ricordare”.


H, CIOÈ WOODCOCK


I pm romani contestano altri messaggi WhatsApp al capitano Scafarto. È il 23 settembre. Scafarto scrive a Sessa: “Mi ha chiamato H, cose brutte, poi ti dico. Urge riflessione con Gaetano (Maruccia, ndr). Sia spietato. Deve cagarsi sotto”. 


Ecco come Scafarto spiega il messaggio ai pm romani: “Il dottor Woodcock era preoccupato della fuga di notizie e sospettava di Maruccia e Del Sette. Dopo questo messaggio ho riferito dettagliatamente al col. Sessa quelle che erano le preoccupazioni che il pm mi aveva rappresentato. Il dott. Woodcock mi aveva detto espressamente che se il col. Sessa informava il gen. Maruccia e il gen. Del Sette e se qualcuno di questi avesse fatto trapelare le notizie fuori, gli avrebbe fatto passare un guaio”.


La mattina del 24 settembre Sessa messaggia con Scafarto. 

Sessa: “Sono stato mezz'ora al tel con il Doctor. Ovviamente mi ha chiamato lui. Tra un po' ti chiamo e ti dico... oltre alle arance anche i limoni”.

Ecco come Scafarto spiega questo passaggio: “Il dottor Woodcock era preoccupato della fuga di notizie. Non ho un ricordo preciso ma ritengo che il dottor Woodcock ha ripetuto direttamente al col. Sessa quello che aveva a me detto”.


I CONTATTI DI ROMEO 


Il 26 settembre Scafarto invia a Sessa sempre tramite WhatsApp come allegato un biglietto manoscritto da Romeo e trovato sulla sua scrivania. C'è sopra un nome. 

Scafarto: “Guardi un po' cosa abbiamo trovato sulla scrivania di Romeo...”.

Sessa: “Minchia, roba grossa...”.

Scafarto: “Eh sì...”.

Sessa: “È il paritetico di Segio all'Aisi (servizi segreti, ndr), da lui dipende il centro operativo di tutti i tecnici, ed è vicino ad Emanuele...”.

Scafarto spiega ai pm romani che si tratta del colonnello Petrella: “Non sapevo molto di lui e il colonnello Sessa mi ha aiutato con alcuni dettagli”.


"FICHISSIMO"


Il 20 dicembre Scafarto e i suoi uomini irrompono negli uffici di Marroni alla Consip. Sanno, perché lo ascoltano, che sta facendo togliere le cimici accese dalla procura di Napoli il 10 agosto. E vogliono spiegazioni. Lo interrogano in due tempi, sempre come persona informata sui fatti, prima in ufficio. Poi in serata in caserma davanti ai magistrati. È l'interrogatorio che dà la svolta alle indagini perché Marroni fa i nomi di Lotti, Del Sette, Saltalamacchia e Ferrara: sono loro che lo avrebbero avvisato, fin dall'estate, dell'esistenza dell'indagine. Marroni avrebbe confermato tutto una settimana fa ai pm romani. Tuttora non è indagato.


Ma ecco cosa si dicevano via WhatsApp quel 20 dicembre Scafarto e Sessa. Il primo è in auto con Marroni. Il secondo in ufficio. 


Scafarto: "Allora, non so come dirglielo... glielo dico per come è accaduto. Non posso rispondere, sono in auto con Marroni. Sta collaborando. Sono arrivati anche la Carrano e Woodcock per sentirlo... ha detto di Ferrara che lo ha noviziato delle intercettazioni a suo carico". 

Sessa: "Sentiranno pure Ferrara?".

Scafarto: "Sì, sta venendo da solo. Ha confermato comandante generale".

Sessa: "Mah, fichissimo. Così, senza colpo ferire".

Scafarto: "Che pezzo di merda".

Sessa: "È proprio vero, uno schiaffo per farli parlare e due per farli stare zitti".


ALTRI ALTI UFFICIALI


A Scafarto la procura di Roma chiede conto anche del maggiore Pietro R. ex del Noe e ora in servizio all'Aise. Il capitano spiega che il maggiore è "in ottimi rapporti con il generale Saltalamacchia" e con un altro ufficiale dell'Arma. 







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